Alejandro Escovedo, Foto Matteo Donda


“It’s a mistery”. Perché un giorno della fine degli anni Cinquanta la famiglia Escovedo abbia lasciato San Antonio è veramente un mistero. Fatto sta che se ne sono andati in California e lì sono rimasti: “Ho lasciato il Texas quando avevo 8 anni”, racconta divertito Alejandro: “Mio padre ci disse: Andiamo in vacanza in California. Ma non siamo mai più tornati indietro, ci siamo lasciati tutto alle spalle”. Il motivo? “Non è mai stato chiaro. È un mistero”.

Alejandro Escovedo – origini messicane, classe 1951 – è in Italia per una sfilza di concerti. È uscito da poco il suo undicesimo disco solista, Big Station, e – dopo aver suonato a Pavia, Vicenza e Trieste – sarà sabato 21 luglio a Modigliana (FC), domenica 22 a Poggio Picenze (AQ) e martedì 24 a Crema. “Big Station rappresenta un viaggio, un posto dove tutto converge. Per me è anche un momento di riflessione su quello che ho passato, su ciò che mi ha spinto fin qui”.

Alejandro, come tutta la famiglia Escovedo, è un culto. I fratelli più grandi sono Coke e Pete Escovedo (percussionisti jazz al lavoro con Santana) e i fratelli più piccoli sono Javier (fondatore di un altro micro-culto, gli Zeros, i cosiddetti “Ramones messicani”) e Mario (tra gli anni Novanta e i Duemila, voce e chitarra dei Dragons, altro gruppo punk rock di nicchia). E poi c’è Sheila E., figlia di Pete e dunque nipote di Alejandro, arci-nota per i suoi trascorsi con Prince.

Quando parla della sua famiglia, gli brillano gli occhi. “Già, Sheila è sicuramente la più famosa tra noi! Mio padre era un cantante mariachi, suonava la chitarra. Lui e mia madre ci hanno sempre incoraggiati, spinti verso la musica. E la musica è diventata parte della nostra vita”. Alejandro is a maverick era il titolo di un articolo uscito sulla fanzine americana Search & Destroy nel 1978. Alejandro Escovedo è stato uno dei primi punk rocker in California, lui e la sua band: i Nuns.

“Stavo cercando di fare un film sul gruppo peggiore del mondo e, siccome non sapevamo suonare, eravamo noi quella band”. In realtà, i Nuns sapevano suonare ed erano superiori a tante altre band dell’epoca, americane o inglesi. “Poi siamo andati in tour a New York e alla fine ho deciso di rimanere lì, al Chelsea Hotel. Uno dei primi concerti che ho visto sono stati gli Heartbreakers al Max’s Kansas City, seduto al tavolo con Debbie Harry, Andy Warhol, George Clinton”.

Chelsea Hotel ’78

è diventata infatti una delle canzoni di Alejandro Escovedo, rappresenta uno dei suoi affascinanti volti. Alejandro è fondamentalmente un rocker e alterna pezzi dal piglio glam rock e ballate da storyteller. “Da ragazzino, in California, ho avuto la fortuna di vedere chiunque: Doors, Buffalo Springfield… Il vecchio hippie che gestiva il negozio di dischi dove andavo a Huntington Beach mi ha fatto conoscere musica bellissima: Velvet Underground, MC5, Mott The Hoople…”.
“Quando eravamo considerati punk, comunque ascoltavamo anche Johnny Cash, Burning Spear, Muddy Waters… Ci piaceva tutto quello che non passava alla radio. Stavamo lì seduti a fumare erba e ascoltare dischi. Avevamo una collezione enorme. Ma uno dei miei gruppi preferiti di sempre sono i Mott The Hoople e penso che Ian Hunter fosse davvero un cantastorie, raccontava di se stesso e delle persone che gli stavano intorno”.

Big Station è prodotto da Tony Visconti ed è stato scritto con Chuck Prophet: il primo è uno dei produttori storici di David Bowie e Marc Bolan (ecco l’anima e il suono glam rock negli ultimi dischi di Alejandro), mentre il secondo è stato chitarrista dei Green On Red ed è rinomato cantautore/produttore di punta della scena paisley/alt-country/americana (e quindi – nell’economia Escovedo – apporto ruspante sul fronte folk-roots).

La vita del maverick Escovedo è stata un viaggio in tutti i sensi: “Negli anni Ottanta, con i Rank And File (gruppo formato con altri due fratelli: Chip e Tony Kinman, provenienti anche loro da un’altra band punk californiana degli anni Settanta: i Dils, N.d.A.) mi sono trasferito da New York ad Austin. Sono quindi tornato a casa, in Texas, e lì sono entrato in contatto con il cantautorato. Ho conosciuto Townes Van Zandt, Joe Ely, e finalmente ho iniziato a scrivere le mie canzoni”.

A questo punto, chiuso il capitolo Rank and File e aperta la parentesi True Believers – altro gruppo cow punk – con il fratello Javier, Alejandro comincia ad avvicinarsi a quel che è oggi, un eroe underground, che piace alla gente che piace. Ha influenzato dinosauri come Bruce Springsteen e R.E.M, restando però sconosciuto al grande pubblico, lontano dal mainstream. Una marea di album solisti, il primo è Gravity del 1992, in bilico tra tradizione americana, messicana e… Rolling Stones.

“Sono orgoglioso di quello che ho fatto. Ho lavorato duro per tutta la vita, e a tratti è stata una vera guerra. Ma sono sempre stato guidato dal cuore. Io amo la musica, mi piace suonare la chitarra e far parte di un gruppo rock and roll”. Infatti, suona in continuazione e, quando non suona, va a vedersi altri concerti. E parla sempre volentieri di musica, curioso: “Che fine hanno fatto i Cheetah Chrome Motherfuckers? Sono italiani, vero? Li ho incontrati negli anni Ottanta…”.

Vive ad Austin, ha visto crescere il SXSW, ed è lui a chiuderlo con un proprio concerto. “Il festival diventa sempre più esteso. E questo può essere un problema, soprattutto per le band emergenti, che rischiano di suonare su un palco sperduto, alle cinque di pomeriggio. Per loro è più difficile farsi notare, e tu rischi di perderti un grande gruppo”. Quali band lo hanno impressionato quest’anno? “Mi piacciono molto i Ghost Wolves, John Velghe, i Maren Parusel e… Miss Melvis. La amo”.

Ride. Miss Melvis è la sua dolce metà. Alejandro Escovedo è un Signore con la S maiuscola, un maestro di eleganza, un rocker di altri tempi. E i suoi concerti – solista con una chitarra acustica o accompagnato in elettrico dai Sensitive Boys – hanno qualcosa di spirituale, mistico. “Quando suoni, le canzoni e la musica ti arrivano da dentro. Il pubblico se ne rende conto, viene coinvolto, e allora non è più un semplice concerto rock, ma qualcosa di simile a una cerimonia religiosa”.

Di Michele Bisceglia
http://www.rollingstonemagazine.it/musica/notizie/rock-and-roll-radioalejandro-escovedo/55985